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Nel 1420 il Duca Federico IV d'Asburgo - soprannominato con crudeltà storica Friedrich mit der leeren Tasche, Federico dalla tasca vuota - fece le valigie e si trasferì a Innsbruck.Con lui se ne andò tutto: i nobili, i mercanti, il denaro, le strade commerciali. E Merano, che era stata capitale del Tirolo, rimase sola - città senza corte, crocevia senza viandanti, posto bellissimo che non sapeva ancora cosa fare della propria bellezza.Quello che seguì furono quattro secoli di silenziosa miseria ordinaria. Non la miseria epica delle grandi pestilenze o delle guerre memorabili. Quella grigia, quotidiana, di un posto che non è più al centro di niente. La gente sopravviveva con il mais imposto dagli Asburgo, con poco frumento, con le mucche che pascolavano dove un tempo passeggiavano i cortigiani. Nel 1820 Merano era ufficialmente una Kuhstadt - una città di mucche.E poi arrivò un austriaco malato, una cura di uva, un sindaco visionario, e tutto cambiò.Merano - La città che ha imparato a guarire è la storia di una trasformazione. Non quella rapida e spettacolare delle rivoluzioni, ma quella lenta e tenace delle città - e delle persone - che trovano la propria strada non nonostante le sconfitte ma attraverso di esse. È la storia di Valentin Haller, il sindaco conservatore che capì prima dei suoi elettori che la bellezza è un investimento. Di Bartolomeus Stürmer, il diplomatico malato che cercava la cura dell'uva e trovò invece l'inizio di qualcosa di più grande. Della Schiava, quel vitigno leggero e fiorito che con i suoi grappoli ha guarito imperatori e arciduchi, scrittori e aristocratici, nel lungo autunno meranese.È anche la storia di un narratore che torna in un posto che aveva già visitato, con qualcuno che non c'è più, e cerca di trasformarlo in qualcosa di suo.Un saggio narrativo di viaggio, storia e vino. Breve, denso, fatto per essere letto in un pomeriggio - preferibilmente con un bicchiere di Schiava in mano.
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